L’architettura è la nostra prima rappresentazione di spazio vitale, di limiti, di bellezza, di creatività, di interiorità, di intimità, di dentro e fuori. Le città non sono altro che un collage di parti di noi stessi. I palazzi sono il nostro contenitore affettivo e allo stesso tempo la nostra fonte di paura, questi enormi agglomerati di singoli e bizzarri pezzi funzionali alla nostra sopravvivenza, quando sono abitati si riempiono di energia di movimento e luce, quando sono vuoti, diventano fogli bianchi da scarabocchiare, bruciare, depredare.
Le pareti sono la nostra pelle, quella dentro, nascosta e decorata, quella fuori usata da tutti e soprattutto dal tempo. Sul senso dell’Abitare sono state scritte molte cose, tra cui il fatto che il significato di casa è nella preparazione stessa di uno spazio in cui stare insieme, in cui sentirsi protetti. Questo aspetto, della protezione, credo sia quello che mi affascina di più, come se avessimo due personalità perennemente in contrasto e in dialogo tra loro. Una dentro e una fuori casa, una privata e una pubblica, una riservata e una esposta a qualsiasi cosa.
Ci sono anche le case vuote, dove possiamo sentire quell’Abitare, ma non lo possiamo vedere, lo possiamo presumere, immaginare, lo possiamo mettere in relazione con l’esterno e avere la sensazione del vuoto, della solitudine nella moltitudine che c’è stata e che a volte, camminando in una strada affollata possiamo sentire.
I miei sono paesaggi, dettagli di paesaggi urbani, di luoghi che viviamo tutti costantemente, sono le idee di un architetto, gli anni 80 finiti, epoche gioiose esaurite, lussi abbandonati, sono il fondo della “proprietà privata” e il suo tragico divenire …sono le nostre relazioni affettive che ci chiudono, ci abbracciano e ci abbandonano.